Dal Verde al Turchese: la fine della decrescita e l'inizio del Neo-Rinascimento industriale

Dal Verde al Turchese: la fine della decrescita e l’inizio del Neo-Rinascimento industriale

Dal “verde” all’approccio Turchese: superato il Green Deal, in Europa la sostenibilità diventa un asset competitivo 

Che cos’è l’approccio “turchese”?

Viviamo immersi in un chiacchiericcio costante sulla salvezza del pianeta, un’eco confusa fatta di sensi di colpa, moralismo borghese e ansia da prestazione ecologica. Ma se abbassiamo il volume e non ci facciamo distrarre, vediamo emergere un disegno diverso. 

In Europa, come in Canada, il Green Deal sta evolvendo verso un approccio che bilancia la sostenibilità ambientale con la competitività industriale e la sicurezza energetica

Von der Leyen, Draghi, Letta, Keir Starmer e Mark Carney non sono negazionisti climatici. Sono decisori chiamati a puntellare un edificio che stava crollando sotto il peso delle ideologie.
I criteri generali che accompagnano la revisione della strategia europea sulla sostenibilità partono dalla considerazione che il cittadino non deve espiare colpe e l’azienda deve efficientare i processi, inoltre nonché dalla constatazione che forzare il mercato crea rigetto,  accompagnarlo crea filiera.

Nel nuovo ordine “turchese” si gestisce la transizione ecologica usando il fossile migliore (gas naturale) oggi, per finanziare la tecnologia di domani.

Mentre nell’ordine “verde” si diceva: “Produci meno”, in quello “turchese” si dice: “Produci pure di più, basta che catturi lo scarto”. È la promessa dell’ingegneria (tecnica, finanza, infrastrutturale) che supera sull’attivismo della decrescita.

Draghi non dice che la sostenibilità è sbagliata. Dice che è inutile se uccide il paziente.

Fino a ieri, la domanda era: “Quanto CO2 risparmiamo?”. Ora si chiede: “Quanto ci costa in termini di competitività rispetto a USA e Cina?”. Se le regole attuali distruggono le aziende europee a vantaggio di quelle cinesi (che usano energia sporca), le regole vanno cambiate. Il turchese di Draghi è questo: la sostenibilità è un asset competitivo, non una palla al piede. Se il Green Deal non genera crescita, va ripensato. 

Letta si muove sulla stessa linea: spiega che perdere la capacità di costruire motori (e auto in generale) significa perdere la spina dorsale dell’economia europea. La proposta di usare aiuti di Stato e un fondo comune serve a trasformare la transizione da “lusso per ricchi” (“mi compro la Tesla perché posso”) a progetto infrastrutturale continentale. Nel nuovo ordine turchese i conti devono tornare. Così Letta ci ricorda che senza un mercato unico dei capitali e senza investimenti massicci, il Green Deal è solo un bel powerpoint.

L’approccio turchese e il nuovo ecomodernismo pragmatico

La nuova dottrina, in sintesi, smette di colpevolizzare chi fa benzina e finanzia chi progetta reattori, batterie e sistemi di cattura di CO2; dice basta a date di scadenza arbitrarie (2035) e sì a investimenti massicci in ricerca e sviluppo (IA, nucleare, idrogeno). Infine: l’energia non dev’essere solo “pulita”. Dev’essere “nostra” e “sicura”.

Il tempo dei sogni e delle favole è finito. Dobbiamo costruire dighe, posare cavi, scavare miniere e fondere acciaio. Altrimenti rischiamo di avere ben poco di europeo da difendere e valorizzare. 

Pertanto, il tempo del “verde” ad ogni costo – inteso come penitenza, rallentamento come unica via per l’espiazione dai peccati industriali e ideologia – ha fatto il suo tempo. È stato un lusso che non possiamo più permetterci. Siamo entrati in una nuova fase cromatica e strategica. Il futuro è turchese e nasce dalla fusione del verde (la natura, la biologia, la risorsa) con il blu (la tecnologia, il dato, il flusso, l’ingegneria).

È il passaggio dalla moralità alla funzionalità. Non riduciamo le emissioni perché siamo buoni. Lo facciamo perché un sistema inefficiente, che disperde calore e dipende da dittature instabili per il suo carburante, è un sistema debole. E la debolezza, nella storia delle nazioni e delle imprese, è una condanna a morte.

L’approccio che potrebbe diventare dominante già negli anni Trenta – e che vediamo emergere dai segnali deboli che diventano forti – è quello dell’ecomodernismo pragmatico. La sostenibilità cessa di essere un vincolo etico e diventa un costo totale che include rischi geopolitici, volatilità dei prezzi e fragilità delle forniture. Chi non lo capisce, non è “cattivo”. È semplicemente obsoleto.

La Commissione Europea, con tutti i suoi limiti burocratici, sta costruendo una fortezza. E il nuovo Green Deal è la più grande operazione di politica industriale e di riarmo economico dal dopoguerra. Quando l’Europa legifera sulle batterie, non si preoccupa solo dello smaltimento. Sta costruendo una filiera. Sta dicendo: “Non saremo vassalli dell’Asia (non solo della Cina) per l’accumulo di energia”. L’autonomia strategica sui materiali, la geopolitica delle terre rare, la corsa al litio e al rame sono il fossato e le mura del nuovo castello.

Pensiamo all’idrogeno o alle hydrogen valleys in Italia. Non importa se oggi sembrano scommesse azzardate. Sono invece avamposti. Sono tentativi di creare “sovranità energetica“. In un mondo multipolare, dove le catene di fornitura si spezzano per i conflitti o diventano leve negoziali, possedere la tecnologia per generare e stoccare energia in casa è vitale. 

La nuova logica turchese è l’abbondanza

L’overbuilding delle rinnovabili (che adesso includono il nucleare), costruire più capacità di quella che serve mediamente, ci porterà verso un’era di energia elettrica a costo marginale vicino allo zero. L’energia smette di essere un costo variabile da tagliare e diventa un asset su cui galoppare, per dotarsi dei cervelli artificiali che sosterranno l’economia e la società del futuro.

Il regolamento europeo sull’IA, con le sue sandbox per la ricerca, va letto in questa ottica: creare un recinto sicuro dove addestrare le “nostre bestie da soma sintetiche” (manodopera cognitiva) per poi farle lavorare nei nostri campi.  Questo significa imporre un certo tipo di ordine che una rigida interpretazione del paradigma green previene: filiere corte, energia proprietaria, tecnologia proprietaria e fine dell’ipocrisia del greenwashing (ecologismo di facciata), nonché dell’imbarazzo del greenhushing (organizzazioni che nascondono e/o non pubblicizzano le attività dirette alla sostenibilità che effettivamente svolgono per il timore di essere accusati di greenwashing).

Se il “Verde” è diventato con il passare dei decenni il colore della paura – paura della fine, della scarsità, dell’apocalisse climatica -, il “turchese” si candida a essere il colore dell’ambizione dell’alba di un neo-Rinascimento industriale.

In questo futuro desiderabile, la dicotomia tra “naturale” e “artificiale” evapora. La visione turchese ci proietta in uno scenario dove le fabbriche non sono più luoghi oscuri di estrazione, di fatica e sfruttamento e di fumo, ma cattedrali silenziose di precisione, alimentate da reattori modulari e gestite da intelligenze sintetiche che ottimizzano ogni joule di energia.

Immaginiamo le città europee del 2040 non come borghi medievali che hanno rinunciato alla modernità per salvarsi, ma come metropoli ibride. L’aria è qui pulita non perché abbiamo smesso di muoverci, ma perché ci muoviamo grazie a elettroni e idrogeno prodotti in eccesso.

Il vero salto di qualità che il paradigma turchese promette è il passaggio dalla logica della rinuncia alla logica dell’abbondanza. Per decenni ci siamo detti che per sopravvivere dovevamo consumare meno. La scommessa turchese rovescia il tavolo: dobbiamo produrre così tanta energia pulita e a basso costo da poter fare cose oggi impensabili. Dissalare l’acqua del mare per combattere la siccità, catturare la CO2 direttamente dall’atmosfera per trasformarla in carburante sintetico, coltivare cibo in verticale dentro le città liberando suolo rurale per la riforestazione selvaggia.

Questo è il punto di approdo finale: il disaccoppiamento. Grazie all’iper-tecnologia (il blu), possiamo permettere alla natura (il verde) di rigenerarsi senza che l’umanità debba, per così dire, ritirarsi nelle caverne.

L’Europa, in questa visione, cessa di essere il “museo del mondo” o l’arbitro morale delle emissioni altrui, per tornare a essere l’officina dell’innovazione. Un continente che non esporta solo regole e divieti, ma brevetti e soluzioni.

Il futuro non appartiene a chi ha paura del proprio impatto, ma a chi ha il coraggio di progettarlo. Il turchese, in definitiva, è il colore di un’umanità che ha smesso di scusarsi per la propria esistenza e inventa il proprio destino.

Stefano Fait
Stefano Fait
Stefano Fait è un OSINT specializzato in decifrazione di dati complessi, identificazione di segnali deboli / trend emergenti socio-economici e finanziari e costruzione di scenari. Già co-fondatore di -skopìa international, si occupa di sviluppo di strategie (capitale cognitivo) per imprese e investitori.