Crisi energetica e multicapitalismo: una lettura sistemica - SKOPIA Blog

Crisi energetica e multicapitalismo: una lettura sistemica

La lezione che non vogliamo imparare: nuova crisi energetica e stesse soluzioni insostenibili, le trappole del pensiero a breve termine 

Cosa succede quando, di fronte a una crisi, un sistema sceglie di rispondere con gli stessi strumenti che l’hanno generata?

Ce lo siamo chiesti in questo articolo sul multicapitalismo come bussola anticipante. Oggi la questione energetica in corso ci offre una risposta e una lezione che rischiamo, ancora una volta, di non imparare.

Un nuovo righello, un vecchio problema

Alla fine di aprile 2026, un team di ricercatori guidato da Henrik Lund (Università di Aalborg) e Christian Breyer (LUT University) ha pubblicato su Energy uno studio che ha attirato poca attenzione nei dibattiti politici e molta nei laboratori di ingegneria energetica.
Il paper introduce un nuovo indicatore – l’SLCOE, System-based Levelized Cost of Energy – che corregge il vecchio LCOE, il metro con cui da decenni si confrontano le tecnologie di produzione elettrica.
Il vecchio LCOE misura quanto costa produrre un megawattora “in uscita dalla centrale”. Il problema, spiegano gli autori, è che ignora il sistema in cui quell’energia deve entrare: i costi di bilanciamento della rete, l’accumulo, la riserva di potenza, l’integrazione settoriale tra elettricità, riscaldamento, trasporti e industria.
Quando si applica il nuovo indicatore a un sistema climaticamente neutro al 2050 (caso studio: Danimarca), il quadro cambia radicalmente: il nucleare arriva a 100 €/MWh, il mix eolico offshore più solare a 46.
Una differenza del 53%. 

E gli autori precisano che le loro ipotesi sono state generose verso il nucleare: non hanno contabilizzato il costo dello stoccaggio definitivo delle scorie (stimato in Europa tra 422 e 566 miliardi di euro), né il costo dei dieci-quindici anni di cantiere durante i quali le rinnovabili possono aver già prodotto e distribuito parecchi MWh.
La metafora usata nell’articolo originale è efficace: è come comprare un’auto guardando solo il listino, senza considerare che il modello A richiede una strada privata, un meccanico full-time e un’assicurazione che copre i rischi solo se piove di martedì. Il modello B si integra col traffico esistente. Il righello era sbagliato. 

Sostenibilità debole vs. sostenibilità forte: la questione che stiamo eludendo

Nel dibattito sulla transizione energetica, si parla spesso di “sostenibilità” come se fosse un concetto univoco. Non lo è.
Da almeno trent’anni, la letteratura economica e ambientale distingue tra due visioni fondamentalmente diverse.
La sostenibilità debole (weak sustainability) ammette che il capitale naturale possa essere sostituito da capitale prodotto dall’uomo: se bruciamo petrolio e inquiniamo (perdiamo capitale naturale) ma costruiamo infrastrutture, lo stock totale di capitale si mantiene. Il progresso economico “compensa” la perdita di natura. 

La sostenibilità forte (strong sustainability) parte da un’assunzione diversa: certe forme di capitale naturale non sono sostituibili, nemmeno con il più avanzato degli artefatti umani. I cicli biogeochimici, la biodiversità, la disponibilità di risorse naturali – questi non possono essere “compensate” con capitale finanziario o tecnologico. Devono essere preservati come tali, perché costituiscono quello che gli economisti ecologici chiamano il capitale naturale critico: il livello minimo sotto il quale l’ecosistema perde la capacità di riprodursi.

Il multicapitalismo è naturalmente allineato con la visione della sostenibilità forte: non si può ottimizzare solo il capitale finanziario a discapito del capitale naturale o di quello relazionale (geopolitico, comunitario, sociale). Tutti i capitali contano e non sono intercambiabili.

La sostenibilità debole ci dice: “Va bene usare uranio, gas, qualsiasi fonte fossile, purché il PIL cresca e sviluppiamo nuove tecnologie, in modo da compensare in futuro la perdita di capitale ambientale e sociale con benessere economico”.
La sostenibilità forte ci dice: “è sostenibile solo ciò che consuma risorse ad un ritmo più lento della velocità della loro rigenerazione”.
In base alla lettura della sostenibilità forte il nucleare non può essere “verde”, per diversi motivi:

  • i  combustibili usati nelle centrali nucleari si “rigenerano” nel corso di miliardi di anni, quindi non sono rinnovabili
  • il sistema del nucleare prevede grandi impianti, pochi attori, e dipendenza da risorse geograficamente concentrate in aree politicamente instabili.

La risposta alla crisi che amplifica la crisi: gli archetipi sistemici

Qui entra in gioco il Pensiero Sistemico, e in particolare due archetipi che Peter Senge e Donella Meadows e altri esperti di system dynamics hanno codificato ormai da decenni: “Solution that Backfires” e “Shifting the Burden” (o archetipo della dipendenza).

“Solution that Backfires” – La soluzione che si ritorce contro
In questo archetipo, una soluzione rapida a un problema sintomatico produce effetti collaterali che, dopo un certo ritardo, peggiorano la situazione di partenza o ne creano una nuova. La pressione a trovare una soluzione è alta, il tempo per ragionare è basso, e si sceglie la risposta più familiare.
Nel caso energetico: di fronte all’instabilità dei mercati del gas, alla dipendenza da fornitori geopoliticamente fragili, alla volatilità dei prezzi, la risposta “più nucleare” viene presentata come una via verso l’indipendenza energetica. Ma il nucleare – e in particolare la filiera degli SMR su cui punta l’Italia – richiede uranio arricchito che oggi viene principalmente dalla Russia e dal Kazakhstan. Introduce nuove dipendenze geopolitiche mentre cerca di eliminarne altre. Richiede decenni di cantiere, miliardi di investimento pubblico, e una gestione centralizzata delle scorie per migliaia di anni.
La soluzione sposta il problema nel tempo e nello spazio – ma non lo elimina. Anzi, lo amplifica, perché nel frattempo distrae capitali, attenzione politica e ingegneri (capitale umano) da soluzioni che hanno già dimostrato di funzionare meglio.

“Shifting the Burden” — Lo spostamento del carico (o archetipo della dipendenza)
In questo archetipo, anziché affrontare la causa strutturale di un problema, si ricorre ripetutamente a una soluzione sintomatica che allevia temporaneamente la pressione. Col tempo, la capacità di affrontare la causa strutturale si atrofizza, e la dipendenza dalla soluzione sintomatica aumenta.
Nel caso energetico: la causa strutturale della vulnerabilità energetica europea non è la mancanza di megawatt, ma la struttura centralizzata del sistema energetico stesso – poche fonti, pochi attori, lunghe catene di approvvigionamento, scarsa flessibilità e resilienza distribuita. La risposta “più nucleare” non affronta questa causa strutturale: la rafforza. Un sistema basato su centrali nucleari, anche se “piccole” e “flessibili” è, per definizione, dipendente da catene di fornitura e know-how concentrati.
La soluzione sintomatica – la grande o la piccola centrale – depotenzia nel tempo la capacità del sistema di sviluppare una soluzione “fondamentale”: energia distribuita, rinnovabile, resiliente, localmente prodotta e consumata. Ogni volta che ricorriamo alla soluzione sintomatica, la soluzione fondamentale sembra meno urgente, meno praticabile, meno politicamente attraente.

La lezione mancata: cosa potrebbe (e dovrebbe) insegnare questa crisi

Le crisi energetiche degli ultimi anni – dalla dipendenza dal gas russo, alla volatilità post-pandemica dei prezzi, all’impatto geopolitico delle guerre nel Medio Oriente sulle forniture – avrebbero potuto insegnare qualcosa di preciso: i sistemi concentrati sono fragili, i sistemi distribuiti sono resilienti.
Non è un’intuizione nuova.
È uno dei principi fondamentali dell’ecologia dei sistemi, dell’ingegneria della resilienza e – quando lo applichiamo alle organizzazioni – del multicapitalismo. La biodiversità come principio organizzativo non vale solo per gli ecosistemi biologici: vale anche per quelli energetici, economici, sociali.

Un sistema energetico lungimirante non è quello che promette più megawatt. È quello che massimizza la diversità delle fonti, la distribuzione del controllo, la prossimità tra produzione e consumo, la capacità di adattamento a scenari futuri incerti.
Le rinnovabili distribuite – solare, eolico, accumulo, gestione intelligente della domanda – non sono solo più economiche su scala di sistema (come dimostra lo studio danese). Sono strutturalmente più allineate con i principi della sostenibilità forte: non dipendono da risorse non rinnovabili, non concentrano il controllo in poche mani, non creano dipendenze geopolitiche. Possono non erodere capitale naturale mentre costruiscono capitale relazionale.

Il righello sbagliato e l’orizzonte troppo corto

C’è un parallelo diretto tra l’LCOE – il righello energetico che ignora i costi di sistema – e il modo in cui molte organizzazioni e molti governi misurano le proprie scelte. Ottimizzano per ciò che è misurabile nel breve periodo, ignorando ciò che è visibile solo su orizzonti più lunghi o a scala sistemica.
Il multicapitalismo come bussola anticipante serve esattamente a questo: ampliare il perimetro di ciò che viene misurato, contato, valorizzato. Non perché sia “buono” in senso astratto, ma perché le organizzazioni e i sistemi che ignorano forme di capitale non finanziario accumulano vulnerabilità invisibili – esattamente come un piano energetico che ignora i costi di integrazione e di dipendenza.
La lungimiranza non è prevedere il futuro.
È costruire sistemi che restano robusti sotto molti scenari futuri possibili, che mantengono il capitale naturale critico, che evitano di chiudersi in trappole di dipendenza difficili da abbandonare.

Il nucleare, valutato con il righello giusto – l’SLCOE, ma anche la bussola del multicapitalismo e della sostenibilità forte – appare per quello che è: non una semplice risposta alla crisi, ma una ridefinizione della logica che l’ha generata.
Non si tratta di demonizzare il nucleare in astratto, né di negare che abbia un ruolo in alcuni contesti. Si tratta di non lasciarsi ingannare dall’urgenza e dalla familiarità di una risposta che sentiamo sicura proprio perché è la stessa che abbiamo già usato.

Le organizzazioni – pubbliche e private – che vogliono essere genuinamente anticipanti hanno oggi un’opportunità: usare questa transizione energetica come specchio. Chiedersi non solo “quale fonte è più economica?” ma “quale struttura di sistema è più resiliente, più equa, più compatibile con il capitale che non possiamo permetterci di perdere?”
Alcune domande utili per iniziare:

  • Quale forma di dipendenza stiamo riducendo, e quale stiamo creando?
  • Le soluzioni che stiamo scegliendo rafforzano la causa strutturale del problema o la nascondono?
  • Il metro che stiamo usando misura i costi che contano, o solo quelli visibili nel breve periodo?
  • Stiamo costruendo capitale naturale e capitale relazionale, o li stiamo consumando per generare capital finanziario?

La lezione è disponibile. La domanda è se abbiamo l’orizzonte abbastanza ampio per vederla.

Imparare a pensare in modo sistemico anche la questione energetica, i concetti di sostenibilità forte, gli archetipi sistemici (shifting the burden, solution that backfires) e la lungimiranza come pratica organizzativa fanno parte del framework che Skopia utilizza per aiutare le organizzazioni a navigare l’incertezza con maggiore consapevolezza strutturale. Questi concetti e le competenze collegate sono il focus della Scuola Estiva di Pensiero Sistemico.


Riferimenti bibliografici

Lund, H., Breyer, C. et al. (2026). SLCOE – system-based LCOE for comparing energy technologies in different systems. Energy, vol. 353, 140880. DOI: 10.1016/j.energy.2026.140880

Senge, P.M. (1990). The Fifth Discipline: The Art and Practice of the Learning Organization. Doubleday/Currency.

Daly, H.E. (1990). Toward some operational principles of sustainable development. Ecological Economics, 2(1), 1–6.

Riccio, G. (27 aprile 2026). Studio danese demolisce il nucleare: costa troppo. Futuro Prossimo. https://www.futuroprossimo.it/2026/04/studio-danese-demolisce-il-nucleare-costa-troppo/

 

Rocco Scolozzi
Rocco Scolozzi
Laurea specialistica in Scienze Ambientali, Laurea di I livello in Sistemi Informativi Territoriali, Dottorato di Ricerca in Ingegneria Ambientale. Negli anni ha acquisito competenze di ricerca sul campo con strumenti qualitativi di ricerca sociale, e sviluppato esperienze di docente universitario, formatore e facilitatore, anche sperimentando approcci originali. Come socio fondatore di -skopìa porta l'approccio sistemico ed ecologico (Systems Thinking - Systems Dynamics) nello sviluppo e applicazione dei Futures Studies. È il responsabile per -skopìa dei Bandi competitivi Europei.